Le numerose nuove pressioni causate dai conflitti geopolitici e dall’ondata di interesse finanziario verso l’espansione dell’Intelligenza Artificiale hanno portato a un cambiamento delle convinzioni precedenti, mentre sia i sostenitori che i detrattori hanno diffuso una grande quantità di disinformazione che ha creato confusione. Questo saggio si propone di sintetizzare queste opinioni divergenti affinché i partecipanti all’Atlantic Convergence Conference 2026 a Lisbona possano formulare una previsione più accurata sul nostro futuro immediato.

All’inizio, i venditori di PC amavano affermare che i loro computer fossero essenziali per comprendere che «la somma del sapere umano raddoppia ogni cinque anni». Ridicola all’epoca, questa affermazione sembra ora un eufemismo rispetto alla portata di ciò che ci si può aspettare dall’applicazione dell’IA a ogni aspetto della vita.

In una panoramica dell’ottobre 2025 avevo osservato che le nuove unità di misura del settore – petabyte, zettabyte e yottabyte – sarebbero presto diventate superflue, e ciò si è rapidamente rivelato vero. L’entità dell’infrastruttura necessaria per ospitare l’infinità di dati richiesti dalla futura super IA è incalcolabile. Ciò che oggi definiamo «massiccio» sarà eclissato dalle «cyber-città» che, secondo le previsioni di personaggi come Altman e Zuckerberg, saranno fondamentali per ospitare le loro creazioni senza limiti.

L’esplosione di tali “strutture” graverà enormemente sulle reti energetiche e idriche esistenti che, nonostante l’espansione delle “fonti rinnovabili”, stanno già cercando di far fronte, in questo decennio, alla crescente domanda di risorse da parte di una popolazione in continua espansione. Con l’ulteriore minaccia dei cambiamenti climatici, che porteranno siccità, caldo insopportabile e bollette energetiche molto più elevate, il tenore di vita, già precario, subirà un calo con conseguenti disordini civili.

L’inquietante anticipazione di queste future prove e tribolazioni ha provocato una reazione negativa negli Stati Uniti, dove diversi stati hanno sospeso i processi di pianificazione relativi ai data center e alle centrali elettriche alimentate a combustibili fossili. Molti cittadini si stanno ora chiedendo perché sia necessario andare oltre i grandi risultati già raggiunti dall’intelligenza artificiale, che è in grado di raccogliere dati su tutte le forme di attività umana a beneficio di settori che spaziano dall’assistenza sanitaria e dalla ricerca accademica allo sfruttamento controllato delle risorse residue del pianeta.

Tuttavia, gli aspetti pratici dell’installazione hardware sono messi in secondo piano da considerazioni politiche e di sicurezza relative al software, ormai onnipresente in quasi tutti i paesi, ma senza alcun consenso su una regolamentazione che garantisca sia una gestione responsabile sia un’applicazione pacifica.

Le alleanze tra nazioni limitate da confini geografici stanno ormai diventando un ricordo del passato tanto quanto l’esistenza di grandi eserciti di soldati di fanteria per farle rispettare. La vulnerabilità agli attacchi risiede principalmente nella protezione delle comunicazioni e dei dati nel cloud, che sono archiviati nei processori delle migliaia di centri dati sparsi in tutto il pianeta.

In teoria, tali dati sono soggetti a regolamentazione e tassazione da parte della sovranità del Paese in cui si trova il centro di archiviazione, ma, in pratica, sono di proprietà di qualunque tra i colossi che fornisce il sistema operativo.

Ad esempio, i percorsi dei cavi in fibra ottica dell’alleanza BRICS sono costantemente soggetti alla sorveglianza e alle intercettazioni da parte delle forze della NATO. I percorsi degli alleati occidentali vengono ispezionati e talvolta sabotati dai membri del BRICS. Entrambe le parti impiegano sottomarini e droni sottomarini dotati di capacità sofisticate e sono preparate a un conflitto armato limitato.

Eppure le “fazioni” stanno diventando sempre più difficili da definire, man mano che il sistema geopolitico si frammenta in molteplici fazioni. Il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO sembra sempre più probabile. Le relazioni tra Russia e Cina sono fragili. Il Giappone e la Germania, entrambi leader mondiali nel settore dell’alta tecnologia, provano ancora il senso di vergogna per le loro azioni durante la Seconda Guerra Mondiale e continuano a mostrare ossequio verso gli Stati Uniti. La Gran Bretagna è isolata da un’Unione Europea in crisi. Tutti temono l’imminente incognita digitale rappresentata dall’intelligenza artificiale superiore e speculano su come trarre vantaggio dai nuovi sviluppi, proteggendo al contempo le evidenti vulnerabilità sovrane.

Le speculazioni sul ruolo delle «sette magnifiche» aziende statunitensi e delle loro controparti cinesi sono turbate dal potenziale di potere di entità che vantano valutazioni di capitale superiori a quelle di molte economie nazionali. Possiedono un bagaglio di conoscenze tecniche che supera quello dei paesi in cui hanno sede. In effetti, ciascuna di esse è paragonabile a una polis dell’antica Grecia, con una propria governance e politiche sia in tempo di guerra che in tempo di pace.

I miei saggi «Cavi in fibra ottica – La tempesta digitale in arrivo» e «UE – L’indipendenza cibernetica sotto assalto» (TPN del 5 e del 25 luglio) hanno in parte trattato questo argomento. Ma hanno tralasciato il problema che solo una superiorità rispetto all’intelligenza umana può risolvere. In che modo l’umanità potrà esercitare un controllo morale sulle macchine dotate di una nuova concezione della vita su questo pianeta, amorale e immortale?

Se, nel futuro immediato, il Portogallo desidera essere più di un inquilino tollerato nell’impero digitale di qualcun altro, deve risolvere rapidamente le tre questioni fondamentali: (1) chi pagherà per i nuovi e ingenti fabbisogni energetici, (2) chi garantirà la sicurezza degli impianti terrestri e dei cavi sottomarini e (3) chi trarrà beneficio dai ricavi derivanti dal software.

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